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6.02.2003 :::
 
Ma Pietro che fine ha fatto?
Ecco.

"Gli altri sono arrivati alle nove, hanno suonato alla porta più volte e Pietro era fuori prima che il padre si staccasse dalla tv. Dietro la porta non c’era nessuno, Pietro si guardò un po’ attorno e due fari lo abbagliarono dal fondo della strada. Un Mercedes metalizzato, enorme, e dentro c’erano tutti e due, sorridenti, che fumavano aspirando in nuvole chiare fuori dai finestrini. Nicola gli ha fatto cenno di salire con la mano che non stringeva il volante, dentro Marco non smetteva di parlargli girandosi continuamente per incrociare i suoi occhi:
-Suo padre torna domani, abbiamo messo venti euro di benzina e comprato due pacchetti di Marlboro: che vuoi, light o rosse? Lo sai quanto scarica questa bestia? Duecentoventi. Cioè, fa duecento venti, ti rendi conto?
E lentamente sono usciti dal paese, a marce basse, con lo stereo che sussurrava leggero e i finestrini chiusi. Due curve dopo l’ultima casa Marco ha alzato al massimo, Nicola ha messo gli abbaglianti e abbassato il piede, il Mercedes è scivolato sopra i cento. Ogni tanto Marco abbassava il volume per dire qualcosa, Nicola urlava una risposta nella musica che tornava subito su, Pietro restava sdraiato, sorrideva alle battute anche senza sentirle chiaramente.

Imboccata la superstrada hanno spalancato i finestrini davanti, il vento urlava sopra la musica e Marco gli andava dietro, a squarciagola, muovendo il pugno stretto fuori dai vetri; la quinta si allungava sotto il piede di Nicola oltre i quattromila giri; Pietro stringeva la maniglia sopra lo sportello, ogni tanto riconosceva le luci di un paese; pensava alle persone che c’erano riuscite, quelle che non avevano ascoltato le voci dei parenti, degli amici già convinti, della paura di non farcela.

Dopo una mezz’ora Nicola ha detto che voleva rientrare, che domattina doveva alzarsi presto anche lui. Marco ha rimandato l’inversione un paio di volte, alla fine ha sbuffato e ha accostato; dopo una sigaretta collettiva sono ripartiti verso casa. Nicola ha abbassato il volume, si sono messi a chiacchierare della velocità massima che avevano raggiunto e di quanto avevano consumato dividendo chilometri e litri, Marco ha rallentato un bel po’, per non dover rimettere altri dieci euro prima di entrare in paese. Dopo una pausa di silenzio Pietro ha messo la testa fra i due sedili davanti, ha chiesto a Nicola se lui era contento di lavorare col padre, hanno iniziato a discutere come se fossero state scelte fatte da altri.
Allo svincolo per casa Marco li ha interrotti e ha rialzato il volume, ha urlato “guardate ora!”. Con uno stacco ha scalato in quarta e è salito fino a centotrenta in pochi metri, la macchina è schizzata dentro la curva, è finita sul brecciolino, c’è stato il rumore dello specchietto che saltava, due tre quattro botti secchi, uno dopo l’altro, e il rumore dell’erba che strusciava contro il tetto.

Pietro riaprì gli occhi dopo un tempo che non sapeva. C’era solo buio e la gamba che non veniva via, schiacciata fra il poggiatesta e il tettuccio di vetro. Cercava di urlare, ma la voce non usciva, la bocca si apriva ma non arrivava un filo d’aria dai suoi polmoni. Tutto fermo in gola, e da fuori non si sentiva nulla. Eppure gli altri non c’erano, dovevano essere fuori, dovevano essere fuori per forza, ma perché non venivano a prenderlo? Le urla rimanevano dentro e i pensieri bloccati su quel silenzio, ma le mani cercavano un appiglio per tirarsi fuori, strappavano centimetri frenetici verso lo sportello aperto. In fuga dal terrore che potesse esplodere tutto con lui dentro, bloccato, incapace di scappare lontano come gli altri."

::: trovavo il tempo di scrivere alle 3:01 AM




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