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UBW : cos'e' - adesioni
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10.01.2003 :::
 
Piccolo sito per il mio nuovo romanzo.

::: trovavo il tempo di scrivere alle 9:56 AM


9.02.2003 :::
 
La fronte posata sul legno lucido della porta mentre la mano cerca le chiavi nello zaino a occhi chiusi. Stanco, stanco, stanco: nelle ultime trentasei ore, sedici di aula al neon, dopo trenta giorni su trenta al sole. Vorrebbe non dover parlare con nessuno, almeno per un po’; mandare giù la giornata, piano, prima di uscire di nuovo. Il motorino l’ha lasciato fuori, sul marciapiede sotto casa, dove sdraiata e arancione la luce fa il cemento più accettabile. Il cavalletto laterale, che quello centrale si è rotto in pieno delirio di fine luglio: –a settembre ci metto le mani- ma in fondo si regge pure così. Gira la chiave e sente già le urla della madre, si ferma a metà senza neanche aprire gli occhi.

Quelle cose che si erano detti in acqua, tutti e quattro con il mediterraneo fino al collo e il cielo sopra la testa che non sarebbe caduto per altri dieci giorno almeno. Il corso yoga, che l’anno che l’ho fatto stavo benissimo. Riuscire a iscrivermi subito in piscina e andare almeno due volte a settimana. Io quest’anno voglio stare più tranquilla, però il corso di francese che mi serve per lavoro… Io volontariato decentemente, che son due anni che non faccio niente senza guardarmi l’ombelico. Lui aveva detto solo: riuscire a sopportare i miei, ancora un anno, un anno e dopo la laurea scappare, e basta.
Era rientrato nel palazzone della sua periferia sud domenica notte. Lunedì mattina il motorino lo portava all’università e faceva meno caldo che a luglio, forse qualche macchina in più in giro. Rivedersi, abbracci due, tre alla volta e ritrovarsi cinque minuti dopo zitti in un’aula, mezza giornata ognuno nei propri freschi ricordi. La strada del ritorno riconoscendo le curve, calibrando le frenate familiari, la prima cena tutti e tre assieme dove era riuscito a incastrare due aneddoti di pesca nel silenzio teso sopra il volume della tv. Poi la mattina col rumore dei piatti per terra, il fruscio del padre che si copre la testa col lenzuolo, il silenzio della madre mentre raccoglie i cocci e lui si scalda veloce il caffè. Niente abbracci oggi, cornetto, quattro ore di lezione, neanche le bariste sorridono più, altre quattro ore, gli occhi chiusi contro la porta e la chiave ferma a metà.



::: trovavo il tempo di scrivere alle 8:05 AM


6.25.2003 :::
 
Da un incontro con uno scrittore molto in gamba, un frammento del suo discorso sulla scrittura.
(non metto il nome altrimenti spunta fuori con google e poi magari si incazza pure).

"Se siete qui, immagino che siate interessati alla scrittura. C´è sempre un dibattito sulle scuole di scrittura creativa, su quanto possano insegnare a scrivere, su quanto possano insegnare a migliorarsi. L´importante di queste scuole, oltre che la bravura dei docenti, siete proprio voi.
Nel senso che chi entra qui dentro, e lo fa già da piccolo scrittore, ha un suo "ingombro" che va messo da parte: ognuno di voi avrà un suo romanzo e chissà cos´altro nei cassetti. Dimenticatelo.

La domanda fondamentale che vi dovete fare è questa: io sono un dilettante o un professionista della scrittura?
Non è che dovete rispondere adesso, o domani, prendetevi il vostro tempo. Ma è questa la domanda fondamentale.

Il problema di molti, troppi, nella scrittura è che scrivono quello che vivono nel momento in cui lo vivono.
Nel senso che, siccome si scrive quasi sempre di botte in testa, di bastonate, di problemi, di rapporti umani, mentre li vivono o appena prima di viverli, si rifugiano nella macchina da scrivere, mentre il problema è ancora lì, irrisolto: io sono di là che scrivo, mentre nel mio tinello il problema è enorme, e probabilmente quando avrò finito di scrivere sarà anche difficile recuperarlo.
Il dilettante fa questo. Nel senso che il dilettante scrive quello che vive, senza schermo. Rimette sul libro quello che sta vivendo.
Il professionista no, prima risolve il problema, ne esce anche con le ossa rotte, se è il caso, ma non scrive quando prende le bastonate. Perché quello è il suo lavoro, e non può permettersi di portare sulla pagina i suoi problemi, perché la pagina rimane, e un domani si vedrà se ha fatto questo. Attenzione, non vuol dire che il professionista guadagni di più o sia più famoso, che ci sono tanti dilettanti che scrivono cose stupende, e che guadagnano un sacco di soldi: il problema è un problema di metodo.
Non si scrive quando si ha il vento in faccia, tutto qui.
Perché se scrivi credi di aver risolto il problema, in realtà non lo hai risolto, tu ti fai il tuo libro, lo porti a un editore: se te lo pubblica sei contento, e comunque non è cambiato un cazzo, perché tanto il problema sarà poi venderlo, e poi fare il libro dopo; se invece l´editore dice che il libro fa schifo, allora sei morto, ti ritrovi con un problema non risolto e un libro che fa schifo.
Terribile."

::: trovavo il tempo di scrivere alle 2:13 AM


6.21.2003 :::
 
Prima parte di un racconto patinato: broken.

Forse ti ricordi ancora.
Andrew stringeva il water con entrambe le braccia, parlava rivolto verso lo schifo che aveva appena buttato fuori. Guardavi i pantaloni di lui, le macchie di piscio e fango raccolte da terra, le ginocchia schiacciate contro il bianco della ceramica. Ti sei avvicinata alla tazza, gli hai stretto i capelli con entrambe le mani per sollevarlo:
“che dici?”
“cosa c’è dietro l’illusione?”
“Andrew, ma quanto cazzo sei ubriaco?”
“‘fanculo, lasciami stare”
e ricadeva con la testa piegata, il volto chiuso fra le mani, gli occhi fissi sull’acqua: un brodo degli avanzi della cena, dritti dallo stomaco di lui.
Presi la carta igienica, ne strappai un pezzo lungo, toccai la spalla di Andrew: “ehi”.
Ma non si muoveva, nella bufera di quel cesso teneva stretto il suo salvagente e pensava solo a sé. “Andrew, pulisciti. Dagli retta” facesti eco, prima di aprire la porta sul corridoio deserto.
Usciti che fummo, nell’aria densa di musica e fumo, presi da un tavolo una bottiglia di bianco gelata. Mentre ti offrivo il bicchiere guardavi l’Arno fuori dalla finestra, senza parole. Il padrone di casa entrò anche lui, disse solo “fantastico” in un’aria stralunata e alcolizzata; si lasciò cadere scivolando su una poltrona di pelle bianca, ad occhi chiusi. Ridemmo e ti guardai bere. Le tue mani piccole sul vetro appannato, vicine alla bocca rossa, gli occhi lucidi e distratti da qualcosa dall’altra parte delle stanza, i capelli così corti da farti sembrare adolescente. Radiosa, come in quei tre giorni di noi due.
Presi la tua mano alzandola, ti feci girare appena su te stessa per raggiungere la sala, trovare un angolo lontano dallo sguardo degli altri su di te.
Sui divani del salone, morta e lunga su tutta la pelle nera e lucida, trovammo la nostra festeggiata stordita, con la mano stretta dalle amiche più sue, fate fedeli e annoiate al capezzale di lei. Il nero del suo vestito copriva quello della poltrona; la gonna era salita ancora, scoprendole le gambe nude e brune. Ma nella sala pochi l’avevano notata, chiusi a bere in piccoli gruppi, cercando gli ultimi avvicinamenti prima della fine. Nella solitudine di quella piccola folla tentai di avvicinarti in un bacio lento, ma rispondevi con freddezza. Di nuovo posavo le labbra sulle tue spalle e ti allontanavi leggera. Per una settimana, ogni notte, mi chiesi se avevi già capito tutto. Se in quella serata eri ancora vicina a me o saremmo tornati colleghi. Lontani dalla fortezza e tutto quello che era stato.
Posai il bicchiere e feci per tornare verso il bagno, raccogliere il corpo di Andrew per buttarlo su un letto. Non una mossa da te, lo sguardo su altro e la sigaretta stretta fra due dita, aspirata a fondo e in bordate di fumo scuro contro la parete bianca.

Andrew era ancora abbracciato alla ceramica, la fronte posata sulla tavoletta, la carta scomparsa.
-Andrew, vieni, dammi una mano. Hai vomitato tutto, basta.
Dal bianco macchiato della sua anima sputata a forza, il corpo, spezzato ma ancora orgoglioso, si alzò spingendo con tutte le forze e ogni singolo muscolo, verso il lavandino. Lo tenevo per i capelli mentre lavava la faccia che non riconosceva. Mentre parlava di qualcosa dentro di sé, qualcosa che ascoltavo senza capire, presi un asciugamano da una cesta e glielo passai. Lo abbracciai trascinandolo verso la porta, barcollò fuori, lo lascia cadere in una stanza dove ancora arrivava solo la musica piano, un fragile riparo pronto ad ospitare la passeggera morte di lui.
Pensavo che eri di là, pensavo che non mi cercavi. Presi del tabacco da una busta abbandonata, iniziai a rollare cantando sottovoce, qualcuno mi passò del gin misto ad altro. Mi concentrai sulla colla della cartina, cercai di distribuire bene il tabacco lasciando spazio per un piccolo filtro a S, fresco e asciutto come avevo scoperto al tempo giusto. Che poi girare a bandiera era un piccolo rito, lento e preciso, con i suoi tempi. Esplodeva in quel baffo di cartina strappato piano, negli sguardi sempre curiosi di qualcuno, aspettando che il piccolo capolavoro fosse pronto per il fuoco.


::: trovavo il tempo di scrivere alle 3:57 AM


6.02.2003 :::
 
Ma Pietro che fine ha fatto?
Ecco.

"Gli altri sono arrivati alle nove, hanno suonato alla porta più volte e Pietro era fuori prima che il padre si staccasse dalla tv. Dietro la porta non c’era nessuno, Pietro si guardò un po’ attorno e due fari lo abbagliarono dal fondo della strada. Un Mercedes metalizzato, enorme, e dentro c’erano tutti e due, sorridenti, che fumavano aspirando in nuvole chiare fuori dai finestrini. Nicola gli ha fatto cenno di salire con la mano che non stringeva il volante, dentro Marco non smetteva di parlargli girandosi continuamente per incrociare i suoi occhi:
-Suo padre torna domani, abbiamo messo venti euro di benzina e comprato due pacchetti di Marlboro: che vuoi, light o rosse? Lo sai quanto scarica questa bestia? Duecentoventi. Cioè, fa duecento venti, ti rendi conto?
E lentamente sono usciti dal paese, a marce basse, con lo stereo che sussurrava leggero e i finestrini chiusi. Due curve dopo l’ultima casa Marco ha alzato al massimo, Nicola ha messo gli abbaglianti e abbassato il piede, il Mercedes è scivolato sopra i cento. Ogni tanto Marco abbassava il volume per dire qualcosa, Nicola urlava una risposta nella musica che tornava subito su, Pietro restava sdraiato, sorrideva alle battute anche senza sentirle chiaramente.

Imboccata la superstrada hanno spalancato i finestrini davanti, il vento urlava sopra la musica e Marco gli andava dietro, a squarciagola, muovendo il pugno stretto fuori dai vetri; la quinta si allungava sotto il piede di Nicola oltre i quattromila giri; Pietro stringeva la maniglia sopra lo sportello, ogni tanto riconosceva le luci di un paese; pensava alle persone che c’erano riuscite, quelle che non avevano ascoltato le voci dei parenti, degli amici già convinti, della paura di non farcela.

Dopo una mezz’ora Nicola ha detto che voleva rientrare, che domattina doveva alzarsi presto anche lui. Marco ha rimandato l’inversione un paio di volte, alla fine ha sbuffato e ha accostato; dopo una sigaretta collettiva sono ripartiti verso casa. Nicola ha abbassato il volume, si sono messi a chiacchierare della velocità massima che avevano raggiunto e di quanto avevano consumato dividendo chilometri e litri, Marco ha rallentato un bel po’, per non dover rimettere altri dieci euro prima di entrare in paese. Dopo una pausa di silenzio Pietro ha messo la testa fra i due sedili davanti, ha chiesto a Nicola se lui era contento di lavorare col padre, hanno iniziato a discutere come se fossero state scelte fatte da altri.
Allo svincolo per casa Marco li ha interrotti e ha rialzato il volume, ha urlato “guardate ora!”. Con uno stacco ha scalato in quarta e è salito fino a centotrenta in pochi metri, la macchina è schizzata dentro la curva, è finita sul brecciolino, c’è stato il rumore dello specchietto che saltava, due tre quattro botti secchi, uno dopo l’altro, e il rumore dell’erba che strusciava contro il tetto.

Pietro riaprì gli occhi dopo un tempo che non sapeva. C’era solo buio e la gamba che non veniva via, schiacciata fra il poggiatesta e il tettuccio di vetro. Cercava di urlare, ma la voce non usciva, la bocca si apriva ma non arrivava un filo d’aria dai suoi polmoni. Tutto fermo in gola, e da fuori non si sentiva nulla. Eppure gli altri non c’erano, dovevano essere fuori, dovevano essere fuori per forza, ma perché non venivano a prenderlo? Le urla rimanevano dentro e i pensieri bloccati su quel silenzio, ma le mani cercavano un appiglio per tirarsi fuori, strappavano centimetri frenetici verso lo sportello aperto. In fuga dal terrore che potesse esplodere tutto con lui dentro, bloccato, incapace di scappare lontano come gli altri."

::: trovavo il tempo di scrivere alle 3:01 AM


5.20.2003 :::
 
Ho letto un interessante articolo di Christian Raimo, un giovane scrittore di Roma che sto bene o male frequentando in queste settimane, lo trovate qui, e ho provato a rispondergli sul forum della case editrice. Riporto qui le considerazioni, magari potranno interessare qualcuno che poi si unirà alla discussione e così via.

"Inizi con una citazione di san Paolo, e te ne riporto un'altra sua, abusata ma a me molto cara, che temo c'entri molto con la faccenda: "Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato."

Nella prima parte, quando scrivi certe cose sulla nostra generazione (sono del '78), forse trascuri due aspetti a mio parere centrali: l'adolescenza allungata fino agli X anni (con x maggiore di 30) che va a braccetto con l'esaltazione dell'edonismo.
Temo di andare a finire sul sociologico, cosa che non mi appartiene, ma queste sono le due direzioni dove io ho sbirciato per rispondere alle domande che poni all'inizio, tanto che ci ho scritto un romanzo che finisce proprio con la citazione qui sopra.

Aggiungerei dunque un altro spartiacque, come lo chiami tu, ai 3 elencati: siamo una generazione straviziata.
Quindi genitori benestanti o più, con tanti dei quali che neanche hanno intravisto le ristrettezze degli anni intorno alla guerra, quasi tutti lontani da controlli rigidi su orari e libertà sessuali dei figli. E quindi, come il bambino che non becca mai uno schiaffo e non conosce i confini, c'è il rischio di vagare in questo mare di libertà e possibilità, cercando disperatamente spicci di divertimento o intrattenimento, magari nascosti dietro il dito di una facoltà universitaria.
E sai quale è secondo me la peggiore conseguenza di tutto sto pippone? L'indecisione. La mancanza di capacità di prendere decisioni-responsabilità-etc. E quindi giù di desiderio di post e neo che aggiustino tutto, o perlomeno lo smuovino per far muovere qualcosa.

Sorvolo quasi la seconda parte, il tema della nostalgia. Solo sottoscrivo il tutto e aggiungo la cosa peggiore che ho visto riguardo alla nostalgia del passato: persone che riguardano la storia con l'ex di turno e cercano di far ritornare a tutti i costi quella situazione, non rendendosi conto che le cose CAMBIANO, in maniera direi abbastanza inesorabile. Inutile sottolineare come questa difficoltà a mandare giù i cambiamenti sia collegabile all' "adolescentismo" di cui sopra.

Mi sembra che alle tue domande su come sia possibile che riusciamo ad accettare così con nonchalance feticci e schifezze varie rispondi perfettamente subito dopo, in particolare con la felice espressione: abbiamo da fare con i cazzi nostri. Certo, c'è sempre questo rischio di generalizzare, ma se prendo il mio collega qui davanti e gli chiedo perché non si iscrive al sindacato già so la risposta: la sfiducia completa nelle istituzioni, nelle organizzazioni che non puntano all'individualità ("cioè, io sono un cazzo di cav. jedi e ho la forza, IO." oppure: "IO posso stare meglio con la religione orientale X, IO."), sfiducia anche comprensibile calcolando che siamo cresciuti con una tangentopoli di mezzo (che ne dici?) e inoltre convinzione radicata che la felicità (quindi il divertimento) passi per l'attenzione al proprio ombelico.

Ultime domande, e che fare come narratori?
Beh, io per ora la risposta che mi sono dato e che porto avanti è quella del prendere una posizione chiara e raccontare perché secondo me è una che vale la pena di portare avanti o perché altre fanno danni.
Mi sembra banale scriverti che si può essere "embedded" per certi aspetti (la camicia bianca che porto ora, per esempio) vivendo però le cose con la coerenza e la carica critica della propria scelta, e quindi raccontandola.

A presto,

Paolo"

::: trovavo il tempo di scrivere alle 9:04 AM


5.09.2003 :::
 
"Pietro si sdraiò sul letto, col lenzuolo fresco sotto la schiena sudata, e cominciò a fissare il soffitto, già scuro della luce che accoglieva la sera. Aspettava il campanello. Avevano detto che sarebbero passati subito dopo cena, con le voci concitate che si accavallavano nella cornetta, e che assolutamente non doveva mancare. Aveva detto di no due, tre volte, che doveva alzarsi presto per andare col padre la mattina presto, ma alla fine aveva accettato. Era sceso al piano di sotto per avvertire i genitori che sarebbe uscito; c’era lo zio Mimì in salone, sulla poltrona verde, di fronte a quella del padre.
-Pietro, ma chi te li ha fatti quei capelli? Mica sarà stato Luigino, sei andato da quello in piazza?
-Lascia stare Mimì… se li taglia da solo i capelli, mio figlio. Fa lo strano…
Pietro ha tirato dietro le ciocche nere sulla fronte, ha chiesto il permesso, è sparito in cucina.
-Con chi vai stasera?- gli ha chiesto la madre, dandogli le spalle china sul tagliere, le braccia completamente nude scoprivano i segni dell’antivaiolo.
-I soliti- ha risposto lui sedendosi al tavolo di ferro e plastica rossa.
-E che fate?- ha insistito, senza smettere di battere veloce il coltello sul legno.
-Le solite cose… che c’è a cena?
-E le solite cose, quali sono?
-Ma’, ti prego, che vuoi che facciamo? Andremo al bar in piazza, faremo due partite… che cavolo vuoi che facciamo in questo buco? No, ancora non ci droghiamo, tranquilla…
-Pietro, non fare il cretino…
-E che dovrei fare? Scappo come ha fatto Tonino, vado a fare l’università a Roma? E con quali soldi, eh? Senti, non fare te la cretina- ed è tornato su, si è sdraiato sul letto, sudato, e ha cominciato ad aspettare."

::: trovavo il tempo di scrivere alle 12:59 PM


4.30.2003 :::
 
Giovedì 8 maggio, alla libreria Odradek (a Roma centro, via dei Banchi vecchi, 57), ore 18.00 circa:
Federico Platania presenta il sottoscritto e Michele Governatori che si scontreranno a suon di letture con i loro due libretti: "Dove comincia la strada" e "Venere in topless", due Fernandel degli ultimi due mesi.
Accorrete numerosi?


::: trovavo il tempo di scrivere alle 2:45 AM


4.23.2003 :::
 
"Iniziò il triste girotondo degli Avemmaria e pensò a tutte le volte che aveva paragonato qualcosa ai grani di un rosario: le macchine in coda nel traffico, i cellulari della Polizia alle manifestazioni uno accanto all’altro, i momenti di ricordo e dolore quando si supera qualcosa che ha fatto male. “Quanti rosari deve avere sgranato Michela per quello che è successo”, si chiedeva e continuava a guardare i suoi capelli. Quelli di cui lei andava tanto fiera e che lui aveva guardato e commentato mille volte, sfiorati una volta sola, quella di troppo per ritrovarsi così. come era nel principio ora e sempre, risposero tutti stavolta; “terzo mistero doloroso…” gracchiò il megafono. Si ricordò all’improvviso dei suoi capelli schiacciati nel casco, quando andavano in giro in motorino, la frangetta che le finiva sugli occhi e lui che la prendeva in giro tutta l’estate e poi a settembre non c’era più. Gli arrivarono sparati alla pancia i suoi sguardi con gli occhi spalancati e lui che scherzava e magari le raccontava di quella della classe affianco che per una volta lo aveva cagato ed era il più felice di Roma sud e dintorni. Arrivarono tutti i regali fatti da lei ad ogni occasione sacra o profana, le facce imbarazzate degli amici aspiranti writers, che copiavano una lettera o una scritta da quelle che lei lasciava la notte sul suo diario quando riusciva a rubarglielo. Sgranò tutti i ricordi e ricominciò a guardare e ascoltare, la gente ripeté ancora come era nel principio ora e sempre. Laura continuava a non girarsi mai, Michela neanche, e forse lui era contento così, che non aveva avuto le palle di guardarle le braccia prima e avrebbe voluto non rifarlo mai più. Erano passati sei anni da quella notte ai 100 giorni, dai barili di birra col rubinetto direttamente in bocca e le prime bottiglie di Pampero strette fra le mani, sei anni dai loro sacchi a pelo messi uno sopra e uno sotto per una notte, sei anni da un risveglio dove non riusciva a mettere insieme una parola o un pensiero mentre lei lo fissava con gli occhi più grandi e fiduciosi mai incrociati fino a quel momento e mai più rivisti."

::: trovavo il tempo di scrivere alle 10:00 AM




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